La ricetta per riattivare il credito dell’economista che piace ad Amato
Gran parte del dibattito sulla crisi dell’Eurozona non è soltanto dominato dal pessimismo, ma spesso anche da uno schema troppo semplicisticamente binario: federalismo o disintegrazione, deficit spending di stampo keynesiano o austerity. Tuttavia quella federalista è un’aspirazione, mentre la crisi è qui e ora. Ciò di cui abbiamo bisogno sono soluzioni che non necessitino né di nuove istituzioni né di revisioni dei trattati comunitari. Queste soluzioni possono trarre legittimazione teorica dal New Deal rooseveltiano, ma essere concretamente fondate su linee direttive già approvate da datori di lavoro e sindacati, inclusi gli industriali tedeschi. di Stuart Holland
18 AGO 20

Gran parte del dibattito sulla crisi dell’Eurozona non è soltanto dominato dal pessimismo, ma spesso anche da uno schema troppo semplicisticamente binario: federalismo o disintegrazione, deficit spending di stampo keynesiano o austerity. Tuttavia quella federalista è un’aspirazione, mentre la crisi è qui e ora. Ciò di cui abbiamo bisogno sono soluzioni che non necessitino né di nuove istituzioni né di revisioni dei trattati comunitari. Queste soluzioni possono trarre legittimazione teorica dal New Deal rooseveltiano, ma essere concretamente fondate su linee direttive già approvate da datori di lavoro e sindacati, inclusi gli industriali tedeschi (come dimostra il consenso raggiunto sul documento “Rilanciare la crescita”, approvato nel 2012 come parere del Comitato economico e sociale europeo, organo consultivo dell’Ue nato con il trattato di Roma del 1957). Il tutto senza bisogno di un federalismo fiscale compiuto oppure del consenso di ogni singolo stato membro dell’Eurozona.
John Maynard Keynes aveva ragione su molte cose, incluso il bisogno di “riciclare” i surplus globali. Però lo schema “tornare a Keynes” ha dei limiti. Non soltanto per il fatto che 25 stati membri dell’Ue si sono impegnati a raggiungere il pareggio di bilancio, ma anche perché la premessa della sua “Teoria generale” era di ristabilire la fiducia del settore privato indirettamente, attraverso politiche fiscali e monetarie. Dove il successo del New Deal americano nel ridurre la disoccupazione – da oltre il 20 per cento a sotto il 10 per cento, nel periodo che va dal 1933 alla Seconda guerra mondiale – avvenne grazie alla riallocazione dei risparmi, attraverso l’emissione di bond, verso investimenti diretti di tipo sociale che poi generarono reddito e fiducia per i privati. E’ da notare infatti che il rapporto deficit/pil statunitense, dal 1933 alla vigilia della Seconda guerra mondiale, fu pari soltanto – in media – al 3 per cento, cioè quanto previsto dal tetto al deficit del trattato di Maastricht. Nel 1993, quando consigliai a Jacques Delors la creazione di Eurobond attraverso un Fondo europeo d’investimenti per contrastare gli effetti deflattivi dei parametri di Maastricht su deficit e debito, mi rifeci proprio al precedente del New Deal. Già allora, come oggi, la Germania si opponeva ai bond comuni, ma Delors strappò la creazione del Fondo europeo d’investimenti (Fei), oggi istituzione sorella della Banca europea d’investimenti (Bei) nel Gruppo Bei. Successivamente, nel 1997, il dominio d’intervento della Bei fu esteso alle aree della sanità, dell’educazione, del rinnovamento urbanistico e della protezione ambientale. La Bei ha così quadruplicato, da allora fino al 2008, i suoi finanziamenti per gli investimenti, fino a oltre 80 miliardi di euro, più di quanto non faccia la Banca mondiale e per un ammontare pari ai due terzi delle risorse proprie della Commissione europea. Con l’inizio della crisi finanziaria, però, molti stati membri non hanno più potuto assicurare il cofinanziamento degli investimenti, il che ha posto sotto pressione il merito di credito della Bei, oggi “tripla A”, vitale soprattutto per le scelte dei fondi pensione. Eppure il Fei, istituzione sorella della Bei, può risolvere questo problema emettendo bond che attraggano i surplus finanziari da fondi sovrani come il Cic cinese (che ha pubblicamente dichiarato di preferire investimenti pubblici a lungo termine piuttosto che investimenti privati e a breve termine). Sia la Bei sia il Fei hanno confermato al Comitato economico e sociale europeo che il Fei potrebbe emettere bond senza che sia necessaria alcuna revisione del trattato o senza cambiare i loro statuti. Questa forma di cofinanziamento dei progetti della Bei potrebbe trasformarsi entro il 2020 in un’ulteriore quadruplicazione degli investimenti dell’istituto; con un andamento positivo di investimenti, occupazione, reddito e moltiplicatori fiscali, diventerebbe realtà anche il Programma europeo di ripresa economica.
Per tutto ciò non c’è bisogno di attendere il federalismo fiscale. I bond del Tesoro americano sono coperti dalle tasse federali. Ma i bond della Bei sono una forma di finanziamento di progetti d’investimento, con un margine poco appena superiore ai tassi base, visto che si tratta di un’istituzione no profit. Senza contare che questa forma di project financing della Bei non fa affidamento sul debito nazionale di nessuno dei maggiori stati membri dell’Eurozona come Germania, Francia, Regno Unito, Italia o Spagna, né di stati più piccoli sottoposti a programmi deflattivi imposti dalla Troika come Irlanda, Portogallo e Grecia. Né una decisione congiunta Bei-Fei per il finanziamento degli investimenti dipenderà dalla Germania. Le obbligazioni del Fei potrebbero essere introdotte attraverso i meccanismi di “cooperazione rafforzata” previsti dal trattato e concepiti per essere utilizzati congiuntamente da 11 o più stati membri. D’altronde lo scorso anno sia il presidente francese, François Hollande, sia il ministro delle Finanze inglese, George Osborne, hanno sostenuto l’istituzione di Eurobond. Se l’Italia ora si unisse a loro nel sostenere una ripresa finanziata dal tandem Bei-Fei, sulla base di una cooperazione rafforzata, ciò potrebbe incoraggiare molti stati, o addirittura la maggior parte di loro, a unirsi. Allo stesso tempo una tale ripresa, in questo modo trainata dagli investimenti, recherebbe beneficio alla Germania in termini di sostegno alla domanda per le sue esportazioni da parte degli altri stati dell’Eurozona. I bond del Fei potrebbero inoltre finanziare un Fondo europeo di venture capital dal quale ancora una volta anche Berlino avrebbe da guadagnare, visto che oggi il capitale di rischio stanziato in questo modo in Italia è pari soltanto a un sesto di quello stanziato in Germania, e a sua volta il venture capital tedesco è soltanto un sesto di quello statunitense. Questa è una delle ragioni per cui i datori di lavoro tedeschi, all’interno del Comitato economico e sociale europeo, hanno sostenuto la proposta chiamata “Rilanciare la crescita”, e per cui anche la Germania dovrebbe farlo.
di Stuart Holland
Docente di Economia all’Università
di Coimbra, in Portogallo,
già consigliere di Jacques Delors.
(Traduzione di Marco Valerio Lo Prete)
di Stuart Holland
Docente di Economia all’Università
di Coimbra, in Portogallo,
già consigliere di Jacques Delors.
(Traduzione di Marco Valerio Lo Prete)